MOMO

MOMO

400 567 CUOCHI MA BUONI
momo, bar, gelato, pranzo, milano, Luca Giovanni Pappalardo, Boombang Design

Momo – Piazza Tito Minniti, 5 – 20159 Milano

Io non so quale sia il vero senso di questo nome. Certo mi ricorda “Momo alla conquista del tempo”, e avrebbe pure senso, dico in un bar che ti spinge a raccogliere le tue forze anche nei pochi minuti di un caffè.
I bar dovrebbero servire a questo, a restituirci il tempo.
Credo che una copia sia esposta nella teca vicino alla cassa.
Momo potrebbe anche essere un intercalare terrone per guadagnare tempo.
Quando qualcuno ti pressa con gli obblighi quotidiani e il tuo tu meridionale lo sfancula rispondendo “Mo mo”!
Quando lo vidi aprire pensai al solito locale che apre in Via Borsieri. Perché aprire in Via Borsieri è figo in questa epoca. Devo ammettere che ho fatto fatica a frequentarlo. Per i miei gusti era troppo frequentato. Io odio la gente. C’è chi gli fa schifo gli insetti. Anche a me fanno schifo gli insetti e tanto altro.
All’inizio c’era la porta scorrevole automatica, piena di macchie di sangue del naso della gente strafica e sicura che entrava senza aspettare che si aprisse.
Su questo fatto srotolo tutta la mia stima e soddisfazione. Mi piace vedere scorrere il sangue dei fighetti o di quelli infighettati. Mi piaceva quella porta così selettiva.
Chi non aveva fretta aspettava anche 10 o 20 minuti prima che si aprisse. E poi zac! Dentro.
Il bar è lungo. Il banco è lungo. Il caffè è buono. Ci sono i giornali del giorno. C’è internazionale. C’è un evidente tocco africano. C’è il gelato, anche se pochi lo vedono. C’è la proprietaria seduta a un tavolo in fondo e che non rompe mai i coglioni.
Poi c’è lui.
Premetto che io a parte di cucina e letteratura non capisco un cazzo di niente. Non mi interessa il calcio, farei si che il beach volley femminile potesse prendere il posto del campionato. Non mi interessa l’attualità, la cronaca la schifo, il terrorismo non mi appassiona, le grandi disgrazie se la giocano con le mie personali.
Quindi spesso io con i baristi non riesco a parlare di un cazzo.
Ed aggiungendo pure il carico della mio caratteraccio e della mia misantropia rischio di sembrare antipatico ed altezzoso, come uno che lavora alla Unicredit, che al bar è simpaticissimo ma quando gli chiedi un prestito diventa come me al bar.
Chiaro?
Non voglio fare il nome di Lui!
Per comodità lo chiamerò Fabrizio. Fabrizio è super gentile, credo onestamente gentile, non per mestiere. È un uomo del sud, con quel genere di cortesie e tensioni fisiche caratteristiche. Ha una parola per tutti, conosce i nomi e consiglia cosa prendere. Non ti consiglia tra le paste la “Luisona”, antica come Dio, solo per togliersi le cose vecchie dalle palle. Ti consiglia bene.
Solo che poi una mattina mi chiede cosa è successo a Londra. Ed io sbianco. La gente che abita il mio cervello va immediatamente in archivio a cercare le notizie lette il giorno prima. Trovano soltanto un articolo sulle stragnocche che hanno deciso di fare outing. E un piccolo trafiletto sulle emorroidi.
Lo guardo e gli dico. Londra? E lui, si la tragedia. Faccio uno più uno. Londra più tragedia uguale Shakespeare. Ehm…. sono fuori strada.
Rispondo che non leggo i giornali. Mentre rispondo ho un giornale in mano. Cioè la cronaca.
Lui rincara ed io glisso malamente. Cazzo ma ti informerai di uno sciopero dei treni o dei tram. Lui non può sapere del mio rapporto coi mezzi di trasporto. Allora scappo via in lacrime perché penso di averlo ferito. Così l’indomani torno pieno di buona volontà per poter parlare con lui. E parliamo di Batman, e parliamo del suo nome. È un barista felice. In un bar dove sono felice.
Perché oltre tutti quelli che odio, c’è anche parte della gente che amo. Escluso me ovviamente.
Fine.

RECENSIONI

Shares