INSALATA SULLA LUNA

INSALATA SULLA LUNA

400 567 CUOCHI MA BUONI
insalata, ricette vegane, tenerumi, zenzero, luna, Luca Giovanni Pappalardo, Boombang Design

Ero un ragazzino piuttosto solo, ciccio e languido. Passavo il mio tempo nei salotti della nonna. Facevo suonare il carillon a forma di gondola con su scritto “Saluti da Pisa” e sfogliavo riviste nazionalpopolari come “Gente”, “Oggi”, “Novella 2000”. Scoprivo le prime tette cartacee. Spesso sedevo su di una sediolina di legno con lo spago intrecciato alla meno peggio che mi ricordo faceva prudere le mie gambotte nude, tanto rude era lo spago. Avevo 8 anni. La mia testa era tonda se vista di fronte, quadrata se vista di lato. Avevo i capelli sporchi e appiccicati alla testa. Li bagnavo con l’acqua tanto da farli diventate sempre più neri e lucidi. Il mio migliore amico è stato per molti anni un telefono della SIP, uno di quelli grigio topo con la rotella. Aspettavo sempre che qualcuno mi chiamasse. A parte quello non c’era niente. Niente amore. Forse la prima sigaretta. I primi racconti scritti e riscritti sul calorifero spento sotto una finestra aperta sull’Etna. Sull’Etna spesso la notte, sorgeva e moriva la luna. Bella la luna.
Il complesso di palazzine dove vivevo si chiamava “Galassia”. Molti bambini vivevano li. Poche erano le auto. Molti i nascondigli. Io ero un bambino brutto. Il gelsomino era sempre rigoglioso e puzzava di marcio già ai primi caldi di aprile. “Aprile è il mese più crudele, genera lillà da terra morta”. Ma non potevo saperlo prima di essere stato rinchiuso in un cassonetto della spazzatura per ore sperando che tutta quella solitudine potesse finire lì in quel posto che allora pensavo di meritare. Avevo avuto la fortuna di passare vicino ad una panchina di bulletti seduti a sfumacchiare e a parlare di figa. Erano poco più grandi di me. Abbastanza lo erano per acchiapparmi e strattonarmi. Mi presero in quattro. Due per le braccia e due per le gambe. Ricordo perfettamente le loro facce ghignanti e piene di male inconsapevole. Il male che ti fa crescere poi buono. Quel male che i ragazzi devono spurgare ad una certa età.
Era un giorno di sole. C’era il palo del divieto d’accesso. Venivo trasportato come un annegato viene portato in spiaggia per la respirazione bocca a bocca.
Mi aprirono le gambe e iniziarono a sbattere gli attributi conto il palo così tante volte che dal dolore sono poi svenuto. Quando mi ripresi ero sigillato dentro al buio. Mi faceva male tutto. Ero stato pestato come si deve. Adesso ero al sicuro nell’immondizia.
La fortuna di vivere a Catania è che la gente non usa i cassonetti per l’immondizia. La lasciano dappertutto fuorché nei cassonetti. Lì ci vivono i gatti. E poi c’ero io. E non volevo più uscire. Un filo di luce passava per una fessura. Mi abituai a quella luce. Vidi a ridosso dei miei piedi una pila di libri. Avvicinandomi scorsi i titoli sulle brossura eleganti. Lessi. Giosuè Carducci, “Tutte le poesie”, poi Giovanni Pascoli “Raccolta”, altre cose strane e poi un libro che ancora oggi possiedo, il libro dei libri per me, T.S. Eliot, Poesie.
Il libro era verde, verde come la i tenerumi di zucchina che mi marcivano accanto, come il prezzemolo che avevo appiccicato ad un calzino, cazzo mi avevano fottuto le finte clark. Aprendo il libro mi accorsi che apparteneva ad una biblioteca. Aveva il timbro. La prima pagina era una velina trasparente con la faccia di questo signore. Aveva una bella faccia da impiegato di banca. Non era bello ma sorrideva. Mi mise subito a mio agio e iniziai a leggere. Lo lessi tutto. Capivo poco e niente. Era una sensazione bellissima. Il cuore batteva feroce. mi stava divorando.
Ero così protetto e stavo bene e stavo male.

C’era una gran puzza. I gatti bussavano e spingevano il musetto dentro le fessure. Pensavano fossi un sorcio schifoso da mangiare. Io li cacciavo via, battendo contro la lamiera del cassonetto. Talvolta piangevo. Ricordo molti versi di quel libro. Come avrei mai potuto dimenticarli? Forse sarebbe stato il mio ultimo giorno. Forse il primo.
“Le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo”
“Ogni lampione che oltrepasso batte come un tamburo fatale”
“La memoria rigetta e dissecca un ammasso di cose distorte”
E poi la luna, la mia amica sentimentale… un verso faceva così e lo lessi per ultimo uscendo dal cassonetto a notte fonda, quando nessuno continuava o aveva  mai iniziato a cercami. A piedi scalzi con i tenerumi e il prezzemolo attaccati dappertutto e i libri in mano. E poi quella luna tonda a guardami percorrere altri passi stupidi di uno stupido bambino. C’era silenzio, e un film con Totò al quarto piano. Entrai nel portone e bussai alla porta di nonna. Nonna non c’era. Mi sdraiai sullo zerbino di spago e li iniziai a dormire.
La mia insalata di tenerumi nasce lì. Ma voi interessa la ricetta, vero?
Eccola.

PER DUE PERSONE:
200 gr di tenerumi
1 mazzo di prezzemolo
10 capperi dissalati
1/2 radice di zenzero
Olio evo
2 cucchiai di rafano
10 foglie di menta fresca
10 cime di finocchietto

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