• 16/06/2017

BERBERÈ

BERBERÈ

400 567 CUOCHI MA BUONI

Berberè Pizzeria – Via Sebenico, 21, 20124 Milano

Ok, mi tolgo subito dal cazzo quello che ormai è una certezza… la pizza è buonissima! È una pizza artigianale!
L’impasto è costante ed è eseguito sempre alla perfezione. Gli ingredienti sono una favola. Manca un po’ la mano di uno Chef sugli abbinamenti ma detto da uno Chef lascia il tempo che trova.
Non che in altre occasioni io sia riuscito a modificare la situazione meteo con le mie parole, ho avuto il coraggio di provarci però.
Mi ricordo ancora di quella gita nel deserto, quando con un gruppo assai assortito di uomini donne e bambini abbiamo lasciato le terre del Faraone per cercare un posto ameno dove poter definire dei confini e poi spaccarci il culo per secoli tra etnie di vario genere e religione.
In quei giorni faceva tanto caldo e i negozi dei bangla o dei paki scarseggiavano assai. Dio non li aveva creati, o forse aveva imposto qualche strano coprifuoco per cui dopo un certo orario non potevano più vendere alcolici e bibite zuccherine affatto dissetanti. Insomma morivamo di fame e di sete.
Qualcuno di noi aveva delle visioni, altri costruivano statue di vitelli tonnati fondendo l’oro dei loro denti, altri ancora si facevano i cazzi loro.
Ad un certo punto siamo arrivati in quello che all’epoca per noi era il mare.
Inseguiti dai ristoratori egiziani da cui fuggivamo perché non avevamo pagato il conto e non avendo barche da trasbordo a nostra disposizione decisi di usare le parole per aprire una breccia tra i flutti e attraversare a piedi il regno del dio
Nettuno ancora all’epoca in conflitto col Dio Dio.
Sulle parole che usai devo riservare il segreto per questioni di copyright.
Posso solo accennare la radice: abra…
Guarda un po’ te… i marosi si aprirono formando alte pareti liquide dove potevi vedere la fauna acquatica come all’acquario di Genova ma senza pagare il biglietto. Pensai… figata… sono proprio figo. Passammo lungo la strettoia calpestando conchiglie e scansando i sottomarini nucleari russi. Seminammo i ristoratori egiziani e passammo dall’altra parte.
Ecco. Un problema risolto.
Ne sorgeva un altro: la fame. Decisi ancora di usare altre parole affinché dal cielo potesse scendere come pioggia un qualcosa da masticare… dissi: “alacabula…” e giù dal cielo iniziò a piovere una roba tipo cottonfioc che non era neve, non era cotone bensì manna. E quando mi girai per vedere le facce dei miei amici gitanti mi accorsi che nessuno era più con me. Guardai bene attorno.
Vidi poco lontano una costruzione che assomigliava ad un rifugio. Mi avvicinai.
E li trovai lì seduti a mangiare questo disco di pane perfettamente lievitato con sopra qualcosa di rosso e delle latte cagliato filante.
Pensai, sticazzi!
La chiamerò pizza in onore della noia che provavo in quel momento in cui nessuno aveva cagato il mio miracolo.
Dopo salii sul monte e chiesi al Signore della pizza di scolpire sulla pietra del forno le sacre leggi della lievitazione. Quando tornai indietro vidi che molti dei miei amici gitanti si strafogavano e adoravano le mediocri ed economiche pizze al taglio. Decisi di scagliarli contro le tavole della legge.
Dopo un grande boato molti tornarono sui propri passi, altri morirono di dissenteria altri erano intolleranti al lattosio ed al glutine e perirono anche loro.
Noi i pochi rimasti scappammo ancora senza pagare il conto.
E fummo inseguiti ancora e perseguitati fino ad oggi.

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